Accade nella rete:
nascita
splendore e morte di Darko Maver

 


Perché Darko Maver?

 

Scrive Loredana Lipperini su La Repubblica del 9.2.2000:

L'ultima beffa in ordine di tempo di Luther Blissett è lievemente diversa dalle precedenti: questa volta il sabotatore mediatico non mira a sbugiardare le testate che negli ultimi dieci mesi hanno parlato di Maver (Flesh Out, Tema Celeste e altre), né a sbeffeggiare il pubblico che si è fermato sorpreso a guardare le riproduzioni delle opere o il video dedicato all'artista. L'intento è semmai quello di dimostrare come manovrando i media vecchi e nuovi, e con la complicità dell'eccitazione collettiva per la guerra in Kosovo, sia stato possibile creare un artista di successo: da zero alla Biennale in meno di un anno. Di più: scrive Blissett nel comunicato di rivendicazione, "come Darko Maver fu un'operazione pensata a tavolino, allora anche tutti gli altri cosiddetti artisti sono potenzialmente lo stesso: frutto delle menti e della scaltrezza di critici, curatori e galleristi"
da "Tutti pazzi per Maver, peccato, non esiste L'invenzione e il lancio di un artista ribelle. Ecco l'ultima beffa di Luther Blissett"

Scrive Antonio Caronia su L'Unità del 14 febbraio:

Ma qualche parola è doverosa anche da parte dell'autore di questo articolo, che scrisse su Darko Maver, come abbiamo detto, sulla rivista Flesh Out nel marzo scorso. Io ero infatti a conoscenza dell'inesistenza del personaggio, e se decisi (insieme alla direzione della rivista) di non rivelare allora quello che sapevo, anzi di appoggiare l'iniziativa, fu perché credevo nella sua utilità: sapevo bene che, presto o tardi, la beffa sarebbe stata rivendicata, perché era stata concepita proprio a questo scopo. Operazioni del genere non sono nuove, nel mondo dell'arte…
La cosa più interessante di tutta questa vicenda, per me, è che essa porta allo scoperto, con la forza dello sberleffo, il carattere sociale della produzione artistica. Se non ci sono specifiche istituzioni sociali (i musei, le gallerie, le riviste specializzate, ma adesso anche i centri sociali, anche i gruppi di opposizione radicale) che "garantiscono" l'opera, l'arte non esiste. Se qualcuno di cui in qualche modo mi fido (il critico, il commentatore) non certifica l'esistenza e il valore dell'artista, l'artista non esiste. Ma il patto che delegava a queste istituzioni culturali specializzate il compito di "gestire" l'arte (e la cultura in genere) adesso scricchiola, sotto la spinta delle nuove tecnologie, di Internet, ma non solo, sotto la spinta della gigantesca scomposizione e ricomposizione sociale che scuote il capitalismo finalmente globalizzato.

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