Hippy oggi
in collaborazione con

n.21 del 14 maggio 1999
 
Real hippy
di Claudio Castellacci

 

Se John Peck avesse continuato sulla strada del surf professionistico,
oggi sarebbe probabilmente miliardario grazie alle sponsorizzazioni del settore e all'invenzione di un tipo particolare di tavola da surf che porta il suo nome, Peck Penetrator. La stoffa del campione ce l'aveva nel sangue. Lo stesso anno in cui aveva imparato a scorazzare sulle onde arrivò quarto nella gara annuale di Makaha, nelle Hawaii, mentre nel 1964 in una gara che si teneva a Malibu, arrivò secondo dietro Joey Cabell, un campione locale. Come se non bastasse, i lettori della più importante rivista di surf lo votarono fra i primi dieci migliori surfisti della California.

Il problema, però, era che John Peck presentava segni sempre più evidenti di insoddisfazione esistenziale. «Fu allora che entrai nel mondo della controcultura, scoprii la marijuana e le altre droghe. Non ero esattamente dal lato giusto della società».
Oltre al surf e alle droghe l'altra grande scoperta di John Peck fu l'allora emergente movimento di "espansione della coscienza" e l'incontro con uno dei suoi esponenti, un guru locale: «Era l'immagine di Cristo. Rimasi folgorato dall'espressione profonda dei suoi occhi. Gli chiesi di andare a vivere da lui e finimmo per trovare un accordo: gli avrei insegnato a fare surf in cambio di una stanza». In questo periodo John fu introdotto all'esperienza dell'Lsd e di altri acidi che rafforzarono sempre di più la sua esperienza mistica. Era anche il tempo in cui John si unì alla "fratellanza" - The Brotherhood - un network internazionale, nato a Laguna Beach, California a metà degli anni Sessanta e che si chiamava originariamente" The Brotherhood of Eternal Love", la fratellanza dell'amore eterno. Membro di spicco era Timothy Leary, il guru dell'Lsd recentemente scomparso.

I fratelli facevano largo uso di sostanze psichedeliche che mischiavano a ideali di vita presi in prestito da religioni orientali, il tutto cementato da un codice di amore universale e di mutuo soccorso. Molti membri della fratellanza erano surfisti che, all'occorrenza, durante i loro viaggi alla ricerca dell'onda perfetta si trasformavano in corrieri della droga, attività con cui si mantenevano e che permetteva loro di non fare altro nella vita che cavalcare onde. Col tempo la fratellanza degenerò in una vera e propria rete di distribuzione di droghe pesanti il cui obiettivo non era l'amore universale ma il più prosaico far soldi.

John, cosa vuol dire oggi, essere un surfista e in particolare un surfista hippy?
«Un surfista vive la propria vita in relazione ai flussi dell'oceano. È uno stile di vita che si basa sulla consapevolezza della relazione che c'è fra il vento, l'acqua e le maree. È l'essere in sincronia con tutto questo. È uno stile di vita salutista, in sintonia con il Creatore. I surfisti, per loro caratteristica, sono molto territoriali e difendono aggressivamente le loro zone di costa e non amano troppo che gente estranea invada il loro territorio». Questi, però, non hanno niente a che vedere con gli hippy.
«I surfisti hippy sono gente che viaggia e si sposta in continuazione da un posto all'altro nella ricerca delle onde migliori e, al contrario degli altri surfisti, abbandonano spontaneamente le zone diventate troppo popolari, affollate di gente che non ha niente a che vedere con il loro stile di vita», racconta John Peck.

Se volete scaricare delle belle foto e screen-saver con immagini di surf, andate a questa pagina di Webshots

«Io sono stato uno di quei surfisti zingari che viaggiava dalle Hawaii al Perù e dal Messico alla costa dell'est degli Stati Uniti alla ricerca delle onde migliori. È così che sono diventato il primo campione mondiale di surf. A quel tempo c'era molta oppressione nelle coscienze della gente e c'era grande bisogno di liberazione. Fu sempre a quel tempo che cominciai la mia ricerca spirituale, volevo capire cosa lega l'universo alle cose che ci circondano. Girai sempre di più, diventando sempre più zingaro. A un certo punto ho persino abbandonato il surf. Io volevo vivere come gli Hindu dell'Himalaya, tanto che, a un certo punto, tutto quello che possedevo era un costume da bagno. Capitava che qualcuno mi offrisse in prestito la sua tavola da surf e, allora, mi buttavo in acqua, cavalcavo le onde ed ero felice. Fu questo mio stile di vita che mi mise in serio contrasto con il governo perché, dicevano, non davo il buon esempio. La gente lasciava il lavoro, le case e si riversava a vivere nelle strade e il sistema veniva bellamente scavalcato, la gente non comprava più, ma barattava le cose. Fu così che nacque la cultura delle comuni e io ero un po' al centro di tutto questo. Non ero contro il governo. Ero piuttosto un disilluso, uno a cui non piaceva troppo quello che stava succedendo nel Paese. Ero contrario ad andare in giro per il mondo a uccidere la gente, ma non ho mai protestato contro il Vietnam, a dire la verità non credo nel concetto di protesta. Credo che non serva a niente, che sia una totale perdita di tempo. Penso piuttosto che uno debba seguire le proprie estasi, fare ciò che lo rende felice ed essere un esempio per la comunità».
Oggi cosa ti rende felice? «Essere di aiuto agli altri. Fare surf e yoga dove, come e quando posso».

Segue Hippy Rich di Dianora Frescobaldi

"WHY NOT?"

Queste le ultime parole di Timothy Leary, un personaggio divenuto leggendario anche nell'universo informatico della Rete in occasione della sua morte annunciata (1996) e dei filmati (ancora oggi ordinabili per pochi dollari) dei suoi ultimi giorni, fra cui quello che contiene la sequenza artificiale in cui gli viene staccata la testa. In realtà la sua morte non fu mai trasmessa in diretta, come aveva pensato in un primo tempo, ma esiste tuttora il suo sito ufficiale, che in una pagina di faq racconta come sono andati i fatti e offre una panoramica della sua vita e delle sue opere. Il sito fornisce anche alcuni link, fra cui quello della Cnn con breve filmato.

In queste pagine troverete una conversazione tra Timothy Leary e William Burroughs, scomparso anch'egli recentemente. Il testo, in italiano, è trsatto da "Caos e cibercultura", di T. Leary, nel sito di Urra e Apogeo, che contiene un catalogo di libri corredato di recensioni e brani scelti.

Alan W. Watts è stato uno dei principali divulgatori delle filosofie orientali in Occidente. Il collegamento con Leary è dato da un breve testo che circolò anche nella traduzione italiana negli anni '70, "Cosmologia gioiosa - Avventure nella chimica della coscienza", di cui Leary scrisse l'introduzione. Praticamente introvabile in italiano, oggi il testo originale è disponibile in rete su più di un sito. Vi segnaliamo questo perché ci è parsa la veste più gradevole; oltre a quella citata, contiene altre opere.

Ma prima ancora degli autori degli anni '60, c'erano già stati diversi precedenti nell'esplorazione degli stati alterati di coscienza. Una pagina curiosa è quella di un singolare e molto discusso scrittore italiano, Paolo Mantegazza, che scriveva questo testo nel 1887. " Le estasi umane", Milano, 314 pp., ristampato nel 1939, Marzocco, Firenze (436 pp.), pp. 5-6, 14-22, riportato nel sito di Eleusis.

Sugli scrittori della Beat Generation, vedi il sito recensito in questa scheda di Url

Return

Torna al Sommario