Tecnologie digitali e critica letteraria
di Carlo Formenti


In Italia, a quanto pare, è soprattutto chi ha avuto una formazione scientifica ad appassionarsi per gli inediti orizzonti che l'ipertesto elettronico dischiude alla produzione intellettuale e all'apprendimento, mentre la maggioranza di coloro che appartengono all'area culturale umanistica manifesta diffidenza verso gli effetti negativi dell'informatizzazione dei saperi: omologazione e impoverimento del linguaggio, abbassamento della qualità dei testi e riduzione della loro complessità.

E' tuttavia possibile che la lettura di un libro come "L'ipertesto. Tecnologie digitali e critica letteraria" possa far cambiare idea a qualcuno. Si tratta dell'edizione italiana (pubblicata da Bruno Mondadori e curata da Paolo Ferri) di un saggio di George Landow (professore di inglese e di storia dell'arte alla Brown University). Alcune sezioni del libro costituiscono un vero e proprio manuale sull'uso degli ipertesti elettronici nei campi della narrativa e della critica letterarie, (vengono esaminati sia la ricerca e l'insegnamento universitari che la produzione artistica). Ma più che su queste parti "tecniche" (preziose per gli umanisti già esperti di informatica), vorremmo richiamare l'attenzione sulle stimolanti riflessioni di politica e antropologia culturali che l'autore sviluppa nei capitoli iniziali e nelle conclusioni.

Tre le argomentazioni principali. In primo luogo, Landow critica le teorie "catastrofiste" sugli effetti della transizione dal testo stampato al testo digitale. I nostalgici dei metodi tradizionali di scrittura, argomenta, sembrano dimenticare che anche il libro è un media "artificiale", che ha impiegato millenni per sviluppare e stabilizzare la propria struttura attuale. Inoltre Landow ironizza sulle reazioni "iconoclaste" alle contaminazioni multimediali che "sporcano" l'ipertesto elettronico: in fondo, scrive, la multimedialità digitale non è così diversa dagli "effetti speciali" che ornavano i manoscritti medievali, pieni di variazioni di carattere, note a margine, decorazioni e immagini di ogni tipo.


E nel piacere con cui la gente manipola gli effetti visivi del computer e gli elementi grafici del testo non c'è niente di male.
Anzi: secondo Landow, questa ricchezza del testo digitale smentisce le teorie di chi, come Baudrillard, associa il trionfo del digitale a un appiattimento della comunicazione, dimostrando come il digitale possa, al contrario, contribuire a sbloccare la rappresentazione lineare e rigida del testo stampato.

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