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Tecnologie
digitali e critica letteraria |
| In Italia, a quanto pare, è soprattutto chi ha avuto una formazione scientifica ad appassionarsi per gli inediti orizzonti che l'ipertesto elettronico dischiude alla produzione intellettuale e all'apprendimento, mentre la maggioranza di coloro che appartengono all'area culturale umanistica manifesta diffidenza verso gli effetti negativi dell'informatizzazione dei saperi: omologazione e impoverimento del linguaggio, abbassamento della qualità dei testi e riduzione della loro complessità. |
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E' tuttavia
possibile che la lettura di un libro come "L'ipertesto. Tecnologie digitali
e critica letteraria" possa far cambiare idea a qualcuno. Si tratta dell'edizione
italiana (pubblicata da Bruno Mondadori e curata da Paolo Ferri) di un
saggio di George Landow (professore di inglese e di storia dell'arte alla
Brown University). Alcune sezioni del libro costituiscono un vero e proprio
manuale sull'uso degli ipertesti elettronici nei campi della narrativa
e della critica letterarie, (vengono esaminati sia la ricerca e l'insegnamento
universitari che la produzione artistica). Ma più che su queste parti
"tecniche" (preziose per gli umanisti già esperti di informatica), vorremmo
richiamare l'attenzione sulle stimolanti riflessioni di politica e antropologia
culturali che l'autore sviluppa nei capitoli iniziali e nelle conclusioni.
E nel piacere con cui la gente manipola gli effetti visivi del computer e gli elementi grafici del testo non c'è niente di male. |
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Anzi: secondo
Landow, questa ricchezza del testo digitale smentisce le teorie di chi,
come Baudrillard, associa il trionfo del digitale a un appiattimento della
comunicazione, dimostrando come il digitale possa, al contrario, contribuire
a sbloccare la rappresentazione lineare e rigida del testo stampato.
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