La
discussione alla Camera del testo unico di legge sulla Procreazione
Medicalmente Assistita (PMA) licenziato dalla commissione affari sociali
presieduta da Marida Bolognesi poteva essere l'occasione per un dibattito
pubblico su questioni che toccano il cuore della convivenza fra donne
e uomini: la sessualità, la procreazione, la vita umana alle sue origini.
E' stato invece subito uno scontro tra fazioni che si sono schierate
esclusivamente secondo l'appartenenza ideologica o religiosa. Con questo
documento intendiamo invece rimettere al fuoco della riflessione collettiva
i punti più scottanti.
Le tecniche di procreazione assistita (PA), si dice, sono state messe
a punto per le coppie con difficoltà procreative; la tecnologia non
farebbe che "aiutare" un evento che appartiene alla nostra storia come
alla natura: nascere dall'incontro di due corpi che si sono desiderati.
Ma l'evidenza è un'altra: la procreazione assistita è un nuovo modo
di avere i figli, ed è questo che mette a disagio.
La legge in discussione circoscrive l'accesso alle tecniche di PA alle
coppie infertili, nel tentativo di legittimarne l'uso e insieme rassicurare
l'opinione pubblica che nulla è cambiato. Ciò fatto, nel testo unificato
della Bolognesi, è stato agevole procedere oltre, dichiarare cosa si
intende per coppia e farne una questione di "etica maggioritaria", imposta
a tutti col voto parlamentare. La realtà è invece più complessa. La
procreazione biotecnologica introduce mutamenti radicali nella percezione
e nelle fantasie che riguardano la nascita, la sessualità, la filiazione,
il futuro della nostra specie. Passione scientifica, interessi economici
(della classe medica e dell'industria farmaceutica e bio-medica) e desiderio
di maternità rischiano di alimentarsi a vicenda, col rischio per donne
e uomini di diventare oggetto di sperimentazioni selvagge. Per questo
è necessario che si aprano spazi di libertà e presa di parola che questa
legge chiude e che, sole, permettono l'assunzione di responsabilità
e il riconoscimento dei limiti.
La disponibilità di materiale biologico per la procreazione (siano essi
gameti o i loro precursori, gli zigoti o gli embrioni) alimenta l'arroganza
di chi pensa di "produrre la vita" e forse domani di controllarne le
caratteristiche agendo sul patrimonio genetico. L'uovo fecondato, cui
le tecniche di fecondazione in vitro concedono oggi un'esistenza separata
dal corpo femminile, suscita legittima curiosità scientifica, ma dà
anche via libera alla fantasia del bambino-embrione, abbandonato in
un freezer dai genitori e dalla scienza. Anche su questo genere di immaginario
si fonda (supponiamo) il consenso "laico" all'emendamento dell'articolo
1 della legge che introduce il concetto del concepito come soggetto
giuridico, dotato di diritti più forti di quelli, per esempio, dei genitori.
Ma poiché il concepito non è autonomo -nè lo diventa per legge- ciò
significa che un soggetto terzo si arrogherà la sua rappresentanza anche
a costo di conflitto con la donna che l'accoglie e a cui sola spetta
la decisione se e come accompagnarlo alla nascita.
Per uscire dalla trappola di una legge che proibisce tutto, affidando
alla classe medica ampi margini di discrezionalità operativa, indichiamo
i percorsi possibili che tutelino la sicurezza, la dignità, la libertà
e i diritti dei soggetti coinvolti nella procreazione e lascino lo spazio
necessario al ripensamento di questi concetti.
Con questo testo abbiamo l'ambizione di contribuire alla formazione
di uno schieramento di donne e uomini che giudicano indispensabile sottrarre
questi temi alla decisionalità di pochi specialisti per rimetterli nelle
mani della collettività.
Gli aspetti sanitari, in rapida e continua evoluzione possono essere
affrontati dal ministro della Sanità con un semplice regolamento, agile
e periodicamente rivedibile. Deve essere sospesa la circolare Degan
del 1985 (che proibisce la fecondazione con gameti esterni alla coppia
nei centri pubblici, favorendo così i centri privati) e confermato l'obbligo
di iscrizione e rendiconto delle attività dei Centri pubblici e privati
al Registro Nazionale per la PMA dell'Istituto Superiore di Sanità (pena
la chiusura del Centro. La proposta di legge attuale rinvia la decisione
sulla gran parte delle questioni mediche e biologiche e la puntuale
definizione del consenso informato a sedi e tempi successivi. Chiediamo
invece che ci si esprima sugli aspetti bio-medici avviando una campagna
di informazione e discussione pubblica attraverso i media e le sedi
adeguate; che una conferenza di scienziati competenti nella materia
proponga i livelli di certezza/incertezza delle procedure diagnostiche
e terapeutiche (farmacologiche e chirurgiche) in tema di infecondità
rendendo pubblici limiti e rischi ad esse connesse; che un'analisi puntuale
di quanto avvenuto finora precisi quali procedure tecnologiche debbano
essere considerate sperimentali e pertanto sottoposte al regime previsto
per esse. Le indicazioni che ne emergono dovranno essere discusse insieme
alle Associazioni (professionali e non) che lo richiedono, prima di
diventare linee-guida.
Il silenzio, favorito dalla natura invasiva e passivizzante delle tecnologie
bio-mediche, deve essere rotto: chiediamo che si aprano spazi per la
discussione l'informazione e il supporto su procreazione e infecondità
(per esempio nei consultori) sottraendone la gestione esclusiva alle
sedi specialistiche. Le coppie con difficoltà procreative, le donne
omosessuali, le donne sole devono avere l'opportunità di luoghi dove
la domanda di un figlio che non arriva in modo "convenzionale" possa
uscire dalla segretezza se non dalla clandestinità, dove possa crescere
la riflessione collettiva e trovare contenimento l'aggressività delle
procedure tecnoscientifiche.
La tutela dell'embrione dagli eccessi della passione conoscitiva di
ricercatori e scienziati può essere garantita senza farne un soggetto
giuridico, con un regolamento simile a quello che proibisce la clonazione.
La medicalizzazione della difficoltà a procreare appare come il naturale
prolungamento di una pretesa costantemente avanzata sui corpi delle
donne e che risulta in questo caso particolarmente ingiustificata, data
la relativa rarità dei casi di comprovata sterilità di natura organica.
Sarebbe più saggio considerare l'infertilità un inciampo, storicamente
significativo, della relazione uomo-donna che chiede di essere inteso
e compreso, prima che abolito.
I soldi fanno di ogni relazione uno scambio di merci. Ripugna al senso
comune che parti del corpo possano essere oggetto di mercato; tuttavia
in molti paesi (e anche nel nostro fino a poco tempo fa) la cessione
di ovociti e spermatozoi avveniva dietro "rimborso spese". Chiediamo
che la donazione, come del resto vuole il significato della parola,
resti un atto gratuito e solidale.
La possibilità di applicare la diagnosi genetica nel contesto della
procreazione assistita sposta l'obbiettivo dell'intervento biotecnologico
dalla mancanza di figlio al fantasma del figlio perfetto, geneticamente
controllato. Questo spostamento produce importanti mutamenti nella vita
delle donne, soggetti in primo piano della procreazione. Esse subiscono
la doppia e contraddittoria pressione di un'eccessiva responsabilizzazione
(sarebbe irresponsabile non utilizzare i test genetici, visto che esistono)
e di un pesante esautoramento: spinte a delegare giudizi e decisioni
rischiano di sbilanciare la solida e ricca rete di relazioni (con il
figlio a venire, con il partner, con le altre donne, con la comunità
che le circonda) solitamente tessuta intorno all'esperienza della procreazione.
Proponiamo che i rischi biologici attinenti alla terapia genica sull'embrione
e i rischi di deriva eugenetica insiti nell'applicazione sistematica
della diagnosi prenatale pre-impianto siano oggetto di un'attenta valutazione
e di un'adeguata divulgazione.
Maddalena Gasparini, Anna Rollier, Marisa Fiumanò, Lea Melandri, Nicoletta
Gandus, Ida Finzi, Isabella D'Isola, Maria Grazia Campari, Rosaria Canzano,
Milena Mottalini, Graziella Sacchetti.
per adesione tel/fax lea 0258305152
oppure
mailto: madga@tin.it