PROCREAZIONE ASSISTITA

Documento sul progetto di legge sulla PMA

Invio con richiesta di adesione e diffusione il testo che segue elaborato e scritto da un gruppo di donne di Milano che a vario titolo si sono occupate di PMA (Procreazione Medicalmente Assistita).
Il testo dovrebbe uscire sul "manifesto" nei prossimi giorni e vorremmo avere il maggior numero di adesioni.

Maddalena Gasparini

La discussione alla Camera del testo unico di legge sulla Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) licenziato dalla commissione affari sociali presieduta da Marida Bolognesi poteva essere l'occasione per un dibattito pubblico su questioni che toccano il cuore della convivenza fra donne e uomini: la sessualità, la procreazione, la vita umana alle sue origini. E' stato invece subito uno scontro tra fazioni che si sono schierate esclusivamente secondo l'appartenenza ideologica o religiosa. Con questo documento intendiamo invece rimettere al fuoco della riflessione collettiva i punti più scottanti.

Le tecniche di procreazione assistita (PA), si dice, sono state messe a punto per le coppie con difficoltà procreative; la tecnologia non farebbe che "aiutare" un evento che appartiene alla nostra storia come alla natura: nascere dall'incontro di due corpi che si sono desiderati. Ma l'evidenza è un'altra: la procreazione assistita è un nuovo modo di avere i figli, ed è questo che mette a disagio.
La legge in discussione circoscrive l'accesso alle tecniche di PA alle coppie infertili, nel tentativo di legittimarne l'uso e insieme rassicurare l'opinione pubblica che nulla è cambiato. Ciò fatto, nel testo unificato della Bolognesi, è stato agevole procedere oltre, dichiarare cosa si intende per coppia e farne una questione di "etica maggioritaria", imposta a tutti col voto parlamentare. La realtà è invece più complessa. La procreazione biotecnologica introduce mutamenti radicali nella percezione e nelle fantasie che riguardano la nascita, la sessualità, la filiazione, il futuro della nostra specie. Passione scientifica, interessi economici (della classe medica e dell'industria farmaceutica e bio-medica) e desiderio di maternità rischiano di alimentarsi a vicenda, col rischio per donne e uomini di diventare oggetto di sperimentazioni selvagge. Per questo è necessario che si aprano spazi di libertà e presa di parola che questa legge chiude e che, sole, permettono l'assunzione di responsabilità e il riconoscimento dei limiti.
La disponibilità di materiale biologico per la procreazione (siano essi gameti o i loro precursori, gli zigoti o gli embrioni) alimenta l'arroganza di chi pensa di "produrre la vita" e forse domani di controllarne le caratteristiche agendo sul patrimonio genetico. L'uovo fecondato, cui le tecniche di fecondazione in vitro concedono oggi un'esistenza separata dal corpo femminile, suscita legittima curiosità scientifica, ma dà anche via libera alla fantasia del bambino-embrione, abbandonato in un freezer dai genitori e dalla scienza. Anche su questo genere di immaginario si fonda (supponiamo) il consenso "laico" all'emendamento dell'articolo 1 della legge che introduce il concetto del concepito come soggetto giuridico, dotato di diritti più forti di quelli, per esempio, dei genitori. Ma poiché il concepito non è autonomo -nè lo diventa per legge- ciò significa che un soggetto terzo si arrogherà la sua rappresentanza anche a costo di conflitto con la donna che l'accoglie e a cui sola spetta la decisione se e come accompagnarlo alla nascita.
Per uscire dalla trappola di una legge che proibisce tutto, affidando alla classe medica ampi margini di discrezionalità operativa, indichiamo i percorsi possibili che tutelino la sicurezza, la dignità, la libertà e i diritti dei soggetti coinvolti nella procreazione e lascino lo spazio necessario al ripensamento di questi concetti.
Con questo testo abbiamo l'ambizione di contribuire alla formazione di uno schieramento di donne e uomini che giudicano indispensabile sottrarre questi temi alla decisionalità di pochi specialisti per rimetterli nelle mani della collettività.

Gli aspetti sanitari, in rapida e continua evoluzione possono essere affrontati dal ministro della Sanità con un semplice regolamento, agile e periodicamente rivedibile. Deve essere sospesa la circolare Degan del 1985 (che proibisce la fecondazione con gameti esterni alla coppia nei centri pubblici, favorendo così i centri privati) e confermato l'obbligo di iscrizione e rendiconto delle attività dei Centri pubblici e privati al Registro Nazionale per la PMA dell'Istituto Superiore di Sanità (pena la chiusura del Centro. La proposta di legge attuale rinvia la decisione sulla gran parte delle questioni mediche e biologiche e la puntuale definizione del consenso informato a sedi e tempi successivi. Chiediamo invece che ci si esprima sugli aspetti bio-medici avviando una campagna di informazione e discussione pubblica attraverso i media e le sedi adeguate; che una conferenza di scienziati competenti nella materia proponga i livelli di certezza/incertezza delle procedure diagnostiche e terapeutiche (farmacologiche e chirurgiche) in tema di infecondità rendendo pubblici limiti e rischi ad esse connesse; che un'analisi puntuale di quanto avvenuto finora precisi quali procedure tecnologiche debbano essere considerate sperimentali e pertanto sottoposte al regime previsto per esse. Le indicazioni che ne emergono dovranno essere discusse insieme alle Associazioni (professionali e non) che lo richiedono, prima di diventare linee-guida.

Il silenzio, favorito dalla natura invasiva e passivizzante delle tecnologie bio-mediche, deve essere rotto: chiediamo che si aprano spazi per la discussione l'informazione e il supporto su procreazione e infecondità (per esempio nei consultori) sottraendone la gestione esclusiva alle sedi specialistiche. Le coppie con difficoltà procreative, le donne omosessuali, le donne sole devono avere l'opportunità di luoghi dove la domanda di un figlio che non arriva in modo "convenzionale" possa uscire dalla segretezza se non dalla clandestinità, dove possa crescere la riflessione collettiva e trovare contenimento l'aggressività delle procedure tecnoscientifiche.

La tutela dell'embrione dagli eccessi della passione conoscitiva di ricercatori e scienziati può essere garantita senza farne un soggetto giuridico, con un regolamento simile a quello che proibisce la clonazione.
La medicalizzazione della difficoltà a procreare appare come il naturale prolungamento di una pretesa costantemente avanzata sui corpi delle donne e che risulta in questo caso particolarmente ingiustificata, data la relativa rarità dei casi di comprovata sterilità di natura organica. Sarebbe più saggio considerare l'infertilità un inciampo, storicamente significativo, della relazione uomo-donna che chiede di essere inteso e compreso, prima che abolito.
I soldi fanno di ogni relazione uno scambio di merci. Ripugna al senso comune che parti del corpo possano essere oggetto di mercato; tuttavia in molti paesi (e anche nel nostro fino a poco tempo fa) la cessione di ovociti e spermatozoi avveniva dietro "rimborso spese". Chiediamo che la donazione, come del resto vuole il significato della parola, resti un atto gratuito e solidale.
La possibilità di applicare la diagnosi genetica nel contesto della procreazione assistita sposta l'obbiettivo dell'intervento biotecnologico dalla mancanza di figlio al fantasma del figlio perfetto, geneticamente controllato. Questo spostamento produce importanti mutamenti nella vita delle donne, soggetti in primo piano della procreazione. Esse subiscono la doppia e contraddittoria pressione di un'eccessiva responsabilizzazione (sarebbe irresponsabile non utilizzare i test genetici, visto che esistono) e di un pesante esautoramento: spinte a delegare giudizi e decisioni rischiano di sbilanciare la solida e ricca rete di relazioni (con il figlio a venire, con il partner, con le altre donne, con la comunità che le circonda) solitamente tessuta intorno all'esperienza della procreazione. Proponiamo che i rischi biologici attinenti alla terapia genica sull'embrione e i rischi di deriva eugenetica insiti nell'applicazione sistematica della diagnosi prenatale pre-impianto siano oggetto di un'attenta valutazione e di un'adeguata divulgazione.

Maddalena Gasparini, Anna Rollier, Marisa Fiumanò, Lea Melandri, Nicoletta Gandus, Ida Finzi, Isabella D'Isola, Maria Grazia Campari, Rosaria Canzano, Milena Mottalini, Graziella Sacchetti.

per adesione tel/fax lea 0258305152
oppure
mailto: madga@tin.it