Napoleone e l'orientalismo
di Edward W. Said

 
(da Edward W. Said, Orientalismo, pp.85-93, traduzione di Stefano Galli, Bollati Boringhieri 1991. Sono state omesse le note.)

 
() E' caratteristico di tutti i progetti orientalisti prenapoleonici che ben poco si potesse fare prima della loro attuazione, per propiziarne il successo. Anquetil e Jones, per esempio, appresero come comportarsi in pratica solo dopo essere giunti in Oriente. In un primo momento si eran posti di fronte, per così dire, all'Oriente tutto intero, e solo dopo un po' di tempo e dopo vari tentativi riuscirono a ritagliarvi un oggetto di studio di dimensioni più ragionevoli. Napoleone, d'altra parte, non mirava a nulla di meno che all'intero Egitto, e i preparativi furono di un'imponenza e accuratezza senza precedenti. Eppure, quei preparativi furono quasi fanaticamente schematici e - se mi è concesso il termine - testuali, caratteri che meritano qui un'ulteriore analisi. Tre cose sembra avere soprattutto tenute presenti Napoleone nel 1797, mentre in Italia si apprestava alle successive mosse militari. In primo luogo, se si prescinde dalla forza ancora minacciosa dell'Inghilterra, i successi bellici suggellati dal Trattato di Campoformio non gli consentivano di guardare ad altri teatri di possibili glorie militari al di fuori dell'Oriente. Inoltre, Talleyrand aveva di recente attirato l'attenzione sui "vantaggi di annettersi nuove colonie nelle circostanze attuali", idea che, insieme all'allettante prospettiva di colpire la Gran Bretagna, lo spingeva verso est. In secondo luogo, sin dall'adolescenza Napoleone si era sentito attratto dall'Oriente; tra i suoi manoscritti giovanili, per esempio, vi è un riassunto della Histoire des Arabes di Marigny, e appare chiaro, in base ai suoi scritti e ai suoi discorsi, che era immerso - come ha detto Jean Thiry - nei ricordi delle glorie connesse con l'Oriente alessandrino in genere, e con l'Egitto in particolare. Così l'idea di riconquistare l'Egitto come un nuovo Alessandro non poteva non presentarsi alla sua mente, alimentata anche dalla prospettiva di acquisire una nuova colonia islamica a spese dell'Inghilterra. In terzo luogo, Napoleone considerò la conquista dell'Egitto un progetto realizzabile proprio perché lo conosceva dal punto di vista tattico, strategico, storico e - aspetto da non sottovalutare - testuale, cioè noto grazie alla lettura dei più celebri scritti sull'argomento di autori europei sia classici sia moderni. Ciò che a noi qui interessa è che per Napoleone la conquista dell'Egitto fu un progetto che prese forma - dapprima in modo teorico e poi nei concreti preparativi per la conquista - a partire da esperienze appartenenti al regno delle idee e dei miti, provenienti da testi scritti, piuttosto che dalla realtà empirica. Il progetto per la conquista dell'Egitto divenne quindi il primo di una lunga serie di incontri europei con l'Oriente in cui la specifica preparazione degli orientalisti fu posta direttamente al servizio del colonialismo; e nel momento in cui l'orientalista dovette decidere se la propria lealtà e le proprie simpatie erano per l'Oriente o per l'Occidente conquistatore, scelse sempre quest'ultimo, dall'epoca di Napoleone in poi. Quanto all'imperatore stesso, egli vide l'Oriente così com'era presentato dai testi classici in primo luogo, e poi dagli scritti degli orientalisti, che a loro volta attingevano ai testi classici in misura non trascurabile. Tutto ciò sembrava allora un valido equivalente dell'incontro con l'Oriente reale, concreto.


François Georgin, Kléber si rivolge a Bonaparte dopo la battaglia di Abukir: "Generale, siete grande quanto il mondo!". XIX secolo, Image d'Epinal.


L'arruolamento, per ordine di Napoleone, di alcune dozzine di "savants" per la spedizione egiziana è un episodio troppo noto perché valga qui la pena di approfondirlo. Egli mirava a creare una sorta di archivio vivente, sotto forma di un insieme di studi condotti sui più disparati argomenti dai membri dell'Institut d'Egypte, da lui fondato. Ciò che forse è meno noto è che Napoleone si basava precedentemente sull'opera del conte de Volney, un viaggiatore francese il cui Voyage en Egypte et en Syrie era stato pubblicato in due volumi nel 1787. Fatta eccezione per una breve prefazione di carattere personale, in cui si informa il lettore che la partenza dell'autore per l'Oriente, nel 1783, era stata resa possibile da una certa quantità di denaro avuta in eredità, il Voyage ha la natura di una cronaca di un'obiettività e di un'impersonalità quasi eccessiva. Volney evidentemente si considerava uno scienziato, il cui compito era quello di descrivere imparzialmente lo "stato" di ciò che vedeva. Il punto culminante del Voyage è raggiunto nel secondo volume, ove si affronta l'islam come religione. L'opinione di Volney era ostile, in modo canonico, all'islam come religione e come sistema di istituzioni politiche; ciò nonostante Napoleone giudicò quell'opera, e parimenti le Considérations sur la guerre actuel des Turcs (1788) dello stesso autore, utile e importante per i suoi fini. Volney dopotutto era un patriota, e un ingegno brillante; come Chateaubriand e Lamartine un quarto di secolo dopo, egli aveva individuato nel Vicino Oriente il luogo ideale per le conquiste coloniali francesi. Ciò di cui Napoleone soprattutto s'avvalse nell'opera di Volney, fu l'elenco in ordine di difficoltà crescente degli ostacoli che un corpo di spedizione francese avrebbe incontrato muovendo verso est.
Napoleone cita espressamente Volney nelle sue riflessioni sulla spedizione egiziana, Campagnes d'Égipte et de Syrie, 1798-1799, dettate a Sant'Elena al generale Bertrand. Volney, secondo Napoleone, aveva preso in considerazione tre ostacoli che si opponevano all'egemonia francese in Oriente, a causa dei quali ogni forza francese avrebbe dovuto combattere tre guerre: la prima contro l'Inghilterra; la seconda contro la Sublime Porta; la terza, la più difficile, contro i musulmani. Le affermazioni di Volney erano acute e difficili da sottovalutare, essendo chiaro per Napoleone, come per chiunque leggesse Volney, che il Voyage e le Considérations erano testi unici, indispensabili a ogni europeo che volesse avventurarsi nel Levante. In altre parole, i libri di Volney erano una sorta di manuali, necessari per attutire lo shock che l'impatto diretto con l'Oriente avrebbe altrimenti prodotto sul viaggiatore europeo. Leggete, questa sembra la tesi di Volney, e l'Est invece di disorientarvi sarà a vostra disposizione.
Napoleone prese Volney quasi alla lettera, ma se ne servì con l'astuzia a lui propria. Dal primo momento in cui l'Armée d'Egypte apparve all'orizzonte africano, ogni sforzo fu fatto per convincere i musulmani che "nous sommes les vrais musulmans", per usare le parole del proclama di Bonaparte del 2 luglio 1798 alla popolazione di Alessandria. Affiancato da una équipe di orientalisti (e a bordo di un'ammiraglia chiamata Orient), Napoleone si servì dell'inimicizia egiziana nei confronti dei mamelucchi, e dell'appello all'ideale rivoluzionario di dare a tutti uguali opportunità di muovere una guerra particolarmente mite e selettiva contro l'islam. Ciò che più impressionò il primo cronista arabo della spedizione, 'Abd ar-Rahman al-Giabarti fu il largo impiego, da parte di Napoleone, di dotti studiosi per stabilire contatti con la popolazione locale; nonché l'avere visto da vicino il metodo di lavoro del ceto intellettuale europeo. Napoleone non trascurò occasione di ribadire che stava combattendo per l'islam; tutto ciò che egli diceva veniva al più presto tradotto in arabo coranico; e l'armata francese era costantemente esortata dai suoi generali a tener sempre conto della sensibilità musulmana. (Si confronti, a questo proposito, la tattica di Napoleone in Egitto con quella del Requerimiento, un documento redatto nel 15I3 dagli spagnoli - nella loro lingua - per essere letto ad alta voce agli Indiani: "Prenderemo voi, le vostre mogli e i vostri figli, e li faremo schiavi, e come tali li venderemo e disporremo di loro come alle Altezze Reali (il Re e la Regina di Spagna) piacerà comandare; e porteremo via le vostre cose, e vi causeremo tutti i danni e i dispiaceri che potremo, come a vassalli che non obbediscono" ecc. ecc.). Quando parve ovvio a Napoleone che il suo corpo di spedizione era troppo esiguo per imporsi sugli egiziani con la sola forza, egli tentò di indurre gli imam, cadi, mufti e ulema locali a interpretare il Corano in modo favorevole alla Grande Armée. A questo fine, i sessanta ulema che insegnavano all'Azhar furono invitati al quartier generale con tutti gli onori militari, e udirono le espressioni di ammirazione del comandante in capo per l'islam e Maometto, oltre che, naturalmente la sua venerazione per il Corano il cui contenuto sembrava conoscere assai bene. Tali abili mosse diplomatiche funzionarono, e presto gli abitanti del Cairo parvero abbandonare l'atteggiamento di sfiducia nei confronti degli occupanti. In seguito Napoleone dette al proprio vice, Kléber, precise istruzioni affinché, dopo la sua partenza, l'Egitto fosse sempre governato con l'aiuto degli orientalisti, e delle autorità religiose locali con le quali si fosse riusciti a instaurare buoni rapporti; qualunque altra politica sarebbe stata sciocca e dispendiosa. Hugo ritenne di avere colto la gloria piena di tatto di quella spedizione orientale nella poesia Lui:

   Au Nil je le retrouve ancore.
L'Egypte resplendit des feux de son aurore,
son astre impérial se lève à l'orient.

Vainqueur, enthousiaste, éclatant de prestige,
prodige, il étonna la terre des prodiges.
Les vieux scheiks vénéraient l'émir jeune et prudent;
le peuple redoutait ses armes inouïs;
sublime il apparut aux tribus éblouies
comme un Mahomet d'occident.


Un simile trionfo non poteva essere stato preparato che prima di una spedizione militare e, forse, solo da qualcuno che non avesse dell'Oriente alcuna esperienza diretta, ma solo immagini e nozioni derivanti da letture e dai pareri degli esperti. L'idea di portarsi appresso un'intera accademia è un altro aspetto assai eloquente di un atteggiamento "testuale" nei confronti dell'Oriente. Un atteggiamento che s'avvantaggiò anche di specifici decreti rivoluzionari (in particolare quello del 10 germinale anno III - 30 marzo 1793 - che istituiva un' école publique presso la Bibliothèque nationale, per l'insegnamento dell'arabo, del turco e del persiano), figli dello spirito razionalista e quindi volti a combattere l'ignoranza e i pregiudizi, e a istituzionalizzare anche i più remoti ambiti del sapere. Così molti dei traduttori orientalisti al seguito di Napoleone erano allievi di Silvestre de Sacy, che a partire dal giugno 1796 fu il primo e unico insegnante di arabo dell'Ecole publique des langues orientales. Sacy divenne in seguito il maestro di quasi tutti i maggiori orientalisti europei; si può dire che i suoi studenti abbiano mantenuto un incontrastato predominio nel loro campo per quasi tre quarti di secolo. L'attività di alcuni di loro ebbe rilievo politico, analogamente a quanto avvenne durante la spedizione napoleonica in Egitto.
Ma l'accorta politica nei confronti dei musulmani era solo un aspetto del progetto di Napoleone, volto ad assumere il controllo dell'Egitto. Il resto consisteva nell'aprire il paese, nel renderlo pienamente accessibile all'esame europeo. Terra di misteri, conosciuta sino ad allora solo attraverso descrizioni più o meno favolose di viaggiatori, conquistatori e studiosi, l'Egitto andava trasformato in un settore della cultura francese. Ancora una volta, si intuisce qui un atteggiamento testualizzante, schematizzante. L'Institut d'Egypte con le sue équipe di chimici, storici, biologi, archeologi, medici ed esperti d'antichità, era una specie di reparto culturale dell'armata. E il suo fine non era diverso da quello degli altri reparti: la conquista, l'incorporazione dell'Egitto nella Francia moderna. Un fine che Napoleone voleva conseguire, anche a livello scientifico-culturale, in modo totale, non parzialmente come nella Description de l'Egypte dell'Abbé Le Mascrier, risalente al 1735. Sin dal primo momento dell'occupazione Napoleone volle che l'Institut iniziasse le discussioni, gli esperimenti, le osservazioni. E soprattutto, ogni cosa vista, detta o studiata andava accuratamente registrata, come in effetti fu fatto in quella grandiosa appropriazione collettiva di un paese da parte di un altro che è la Description de l' Égipte in ventitré enormi volumi, pubblicati tra il 1809 e il 1828.
La natura unica della Desciiption non sta solo nell'ampiezza, o nel valore degli studiosi che vi collaborarono, ma anche nell'atteggiamento rispetto al proprio oggetto; è tale atteggiamento a renderla assai interessante per chi voglia studiare i progetti dell'orientalismo moderno. Le primissime pagine della Préface historique, il cui autore è Jean-Baptiste-Joseph Fourier, segretario dell'Institut, chiariscono che nel "fare" l'Egitto gli studiosi si sentivano posti di fronte a una specie di significato generale - culturale, geografico, storico - ancora vergine. L'Egitto era un punto nodale dei rapporti tra Africa e Asia, tra Europa e Levante, tra memoria e realtà.


Posto tra Africa e Asia, facilmente raggiungibile dall'Europa, l'Egitto occupa il centro dell'antico continente. Questa terra evoca solo ricordi grandiosi; è la patria delle arti e conserva innumerevoli monumenti; i templi più importanti e i palazzi un tempo abitati dai sovrani esistono tuttora, nonostante il fatto che i meno antichi tra questi edifici furono terminati prima della guerra di Troia. Omero, Licurgo, Solone, Pitagora e Platone, tutti si recarono in Egitto per studiare le scienze, la teologia, le leggi. Alessandro vi fondò una città opulenta, che a lungo ha mantenuto la propria supremazia commerciale, e che ha visto Pompeo, Cesare, Marco Antonio e Augusto decidere tra loro il fato di Roma e quello del mondo intero. Si può dunque dire che sia proprio di questo paese attrarre l'attenzione dei principi illustri, che governano il destino delle nazioni.
Nessuna nazione, né in Occidente né in Asia, ha mai raggiunto una potenza considerevole senza volgersi di conseguenza verso l'Egitto, considerandolo in un certo senso una preda a lei naturalmente destinata.


Poiché era saturo di significati per le arti, le scienze e i mutamenti delle fortune politiche, l'Egitto era il più degno palcoscenico per progetti e azioni d'importanza storica universale. Conquistandolo, una nazione moderna poteva dimostrare nel modo migliore la propria forza e la fondatezza delle proprie pretese; il destino dell'Egitto era quello di venire conquistato e annesso, preferibilmente all'Europa. Inoltre, conquistare l'Egitto significava entrare a far parte di una storia il cui valore era testimoniato da nomi come quelli di Omero, Alessandro, Cesare, Platone, Solone, Pitagora. L'Oriente, in breve, veniva identificato con un insieme di valori legati non alla sua realtà attuale ma a una serie di relazioni avute con un lontano passato europeo. Ancora un esempio eclatante dell'atteggiamento schematico, testuale, cui ho accennato poc'anzi.
Fourier prosegue in tono analogo per oltre un centinaio di pagine (tra l'altro, ogni pagina misura un metro quadrato, come se la grandezza delle pagine e la grandezza dell'impresa di cui erano parte dovessero in qualche modo somigliarsi). In base al passato così liberamente evocato, bisognava pure giustificare, prima o poi, l'impresa napoleonica come qualcosa di necessario, che non poteva non accadere nel modo e nel tempo in cui era accaduta. La drammatizzazione narrativa non viene mai abbandonata. Conscio del pubblico europeo al quale si rivolgeva, e delle risonanze delle immagini orientali che adoperava, egli scrive:


Ci si ricorda dell'impressione creata in Europa dalla sbalorditiva notizia che i francesi erano in Oriente (...) Il grande progetto era stato concepito in silenzio preparato con tale efficienza e segretezza che la preoccupata vigilanza dei nostri nemici fu elusa; solo quando fu posto in atto essi si accorsero che era stato pensato, intrapreso, e realizzato con successo...

L'impressionante coup de théâtre avrebbe portato vantaggi anche all'Oriente: "Quella terra, che ha trasmesso le proprie conoscenze a tante nazioni, è oggi ricaduta nella barbarie". Solo un eroe poteva dominare efficacemente tanti fattori eterogenei:

Napoleone valutò l'influenza che quest'evento avrebbe avuto sulle relazioni tra Europa, Oriente e Africa, sulla navigazione nel Mediterraneo, sul destino dell'Asia (...) Napoleone voleva offrire all'Oriente un esempio europeo che risultasse utile, rendere infine più degna e piacevole la vita della popolazione, e procurarle tutti i vantaggi della compiuta civilizzazione.
Niente di tutto ciò sarebbe stato possibile, se al progetto non si fossero applicate con assiduità le arti e le scienze.


Ricondurre una regione dalla presente barbarie alla precedente, classica grandezza; insegnare (per il suo stesso bene) all'Oriente i metodi dell'Occidente progredito; subordinare, mettere in secondo piano, la forza militare per porre in risalto un grandioso progetto di conoscenza, da acquisire nel quadro del proprio predominio politico in Oriente; teorizzare l'Oriente, dargli forma, identità, definizione, col pieno riconoscimento del suo posto nella memoria storica, della sua importanza nella strategia imperiale, del suo "naturale" ruolo di appendice dell'Europa; conferire dignità al sapere acquisito tramite l'occupazione coloniale, considerandolo un "contributo alla cultura moderna", quando i nativi non erano stati consultati né trattati altro che come pretesti per uno studio la cui utilità non era per loro; sentire di poter disporre quasi a piacimento, in quanto europei, della storia, della geografia, del tempo degli orientali; istituire nuovi campi di specializzazione; creare nuove discipline; suddividere, dispiegare, schematizzare, incolonnare, classificare e registrare ogni cosa visibile (e se possibile anche invisibile); da ogni dettaglio osservabile, trarre una generalizzazione, e da ogni generalizzazione una legge immutabile sulla natura, il temperamento, la mentalità, i costumi e i tratti costituzionali degli orientali; ma soprattutto tramutare la realtà viva in materia libresca, possedere o credere di possedere la realtà principalmente perché nulla in Oriente sembra potersi opporre efficacemente alla forza dell'Occidente: sono questi i tratti della proiezione orientalista compiutamente realizzati nella Description de l'Égypte, opera che fu resa possibile, anzi sostenuta dall'idea napoleonica di assimilazione dell'Egitto per mezzo delle risorse materiali e intellettuali dell'Occidente. Fourier conclude quindi la sua prefazione profetizzando che la storia ricorderà come l'"Egitto fu il teatro della sua (di Napoleone) gloria, salvando dall'oblio tutte le circostanze di quell'evento straordinario".
La Description quindi non riconosce una storia egiziana, e in genere orientale, intrinsecamente dotata di senso, coerenza, identità; la storia egiziana od orientale è invece identificata senza alcuna mediazione con la storia del mondo, in realtà un eufemismo per indicare la storia europea. Salvare un evento dall'oblio equivale per la mentalità orientalista a trasformare l'Oriente in un teatro dove rappresentare il "proprio" Oriente. Questo è, quasi alla lettera, quanto dice Fourier. Inoltre, il puro e semplice fatto di averlo descritto in termini occidentali moderni solleva l'Oriente dalla silenziosa penombra in cui giaceva dimenticato e inespresso (fuorché nei vaghi mormorii di una tenace ma confusa consapevolezza del proprio passato), e lo colloca nella chiara luce della scienza moderna europea. Questo nuovo Oriente può fungere allora - per esempio nelle tesi biologiche di Geoffroy Saint-Hilaire contenute nella Description - da conferma delle leggi di specializzazione biologica formulate da Buffon; oppure da "violento contrasto con i costumi delle nazioni europee", mentre la "bizzarria" degli orientali mette nel dovuto risalto la sobria razionalità dei costumi occidentali. Oppure, per citare un altro utile uso dell'Oriente, si pensò all'utilizzazione dei procedimenti di imbalsamazione, in modo che cavalieri europei, caduti sul campo dell'onore, potessero conservarsi come imperiture testimonianze della grande campagna orientale del Bonaparte.
Il fallimento dell'occupazione militare dell'Egitto da parte di Napoleone non annullò la fertilità del suo grandioso progetto. L' occupazione diede origine, letteralmente, all'intera esperienza moderna dell'Oriente, tutta collocabile entro l'universo di discorso che Napoleone inaugurò in Egitto, servendosi di organizzazioni come l'Institut e di opere come la Description. L'idea, nelle parole di Charles-Roux, era che l'Egitto tornato prospero, rigenerato dalla saggia e illuminata amministrazione avrebbe distribuito i propri raggi civilizzatori tra tutti i suoi vicini orientali". Vero è che le altre potenze europee si assunsero l'onere di proseguire ciò che la Francia aveva iniziato, prima fra tutte l'Inghilterra. Ma a costituire il nucleo di continuità della missione occidentale nel Levante - nonostante i conflitti, la competizione, non di rado la guerra aperta tra gli Stati europei - fu la creazione di sempre nuovi progetti, visioni, intraprese, destinate a incorporare ulteriori parti del vecchio Oriente nello spirito dell'Europa conquistatrice. Dopo Napoleone, quindi, il linguaggio stesso degli orientalistí mutò radicalmente. Il realismo descrittivo salì di grado, divenne più che uno stile un vero e proprio linguaggio, un autentico strumento creativo. Insieme alle langues mères, come Antoine Fabre d'Olivet chiamò le fonti sopite, dimenticate, dei moderni linguaggi europei, l'Oriente fu ricostruito, risistemato, modellato, in breve creato dalle fatiche degli orientalisti. La Description divenne l'ammirato modello di tutti i succesivi sforzi di avvicinare l'Oriente all'Europa, poi di inglobarlo completamente e - ciò che più contava - di cancellare o almeno ridurre di molto la sua stranezza; nel caso dell'islam, anche la sua temibilità. L'Oriente islamico, trasformato in concetto, doveva evocare la forza del sapere orientalista ancor più della nozione delle genti islamiche, della loro umanità e della loro storia.
Così dalla spedizione napoleonica nacque tutta una progenie di testi, dall'Itinéraire di Chateaubriand al Voyage en Orient di Lamartine, a Salammbô di Flaubert; alla stessa tradizione appartengono pure il Manners and Customs of the Modern Egyptians di Lane e la Personal Narrative of a Pilgrimage to al-Madinah and Meccah di Richard Burton. Ad apparentarli non è solo il comune basarsi su leggende o esperienze orientali, ma anche l'aver tratto alimento da una tradizione dotta sul Levante, senza la quale non sarebbero mai stati concepiti. Se, paradossalmente, quelle opere si rivelassero nient'altro che simulacri assai stilizzati, imitazioni eseguite con maestria di ciò che si supponeva dovesse essere l'Oriente in carne e ossa, ciò nulla toglierebbe né alla ricchezza e poesia della loro inventiva, né alla forza della presa europea sull'Oriente, i cui prototipi furono rispettivamente Cagliostro, che impersonò l'Oriente affascinando l'Europa, e Napoleone, il primo conquistatore di quelle regioni nei tempi moderni. ()

© Bollati Boringhieri 1991

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