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Il
potere seduce, si sa. Il potere nasconde gli aspetti di sé
che non vuole mostrare, e anche questo si sa. Ma chi riesce allora
a vedere oltre questa falsa facciata, ben curata, rassicurante
e non di rado affascinante?
E' forse l'occhio del giornalista che cerca di rendere evidenti
le miserie del potere stesso?
La risposta che emerge dalla mostra
allestita e curata da Gabriele Mazzotta a Milano è un'altra:
l'occhio critico nei confronti del potere, dalla fine dell'800
a oggi, è stato quello del caricaturista, dell'illustratore
satirico.
L'illustratore, oltre a essere spesso un grande artista, è
colui il quale cerca (e per fortuna non di rado trova) l'immagine
o la parola che, montalianamente, "mondi possa aprirci"
e che, molto più prosaicamente, mette a nudo le vergogne
del potere.
Potere
politico, potere ecclesiastico, potere economico, potere sull'immaginario
e sulla formazione dell'opinione pubblica: niente e nessuno passa
indenne sotto i colpi della matita dell'illustratore, anche in
tempi nei quali l'informazione era limitata e, se c'era, era addirittura
più controllata e parziale di quanto non lo sia oggi, non
solo per la sua (intrinseca?) dipendenza dai mezzi di produzione
ma anche per la sua ridottissima possibilità a raggiungere
delle masse poco inclini alla lettura e non di rado talmente povere
da non potersi permettere l'acquisto di un giornale.
E' così che l'opera degli illustratori satirici diventa,
almeno fino agli anni '20 del Novecento, un unico, lungo testo
di controinformazione che ribalta, ridicolizza e svela come false
le versioni ufficiali rilasciate dal 'potere'.
Seguendo il percorso consigliato all'interno della mostra ci si
rende conto subito di trovarsi di fronte, da un lato a delle vere
e proprie opere d'arte (e se qualcuno cade nell'ottica di considerare
il fumetto e le vignette come produzioni artistiche di secondo
livello, dovrà ricredersi ammirando da vicino le tavole
dei 5 illustratori cui è dedicata la mostra) e dall'altro
a 'materiale che scotta' o almeno, che scottava.
Scalarini
è il primo artista in cui ci si imbatte, e basterebbero
le sue tavole per desiderare di vedere la fila davanti all'ingresso
della Fondazione Mazzotta: i suoi sono piccoli grandi capolavori
di tratto, stile, tecniche artistiche (riuscitissimi certi collages)
ma soprattutto di denuncia sociale: il rapporto tra ricchi e poveri,
il potere economico che sta dietro la guerra e dietro la stampa,
il potere della chiesa, che diventa poi l'obiettivo principale
della severissima satira di Gabriele Galantara, autore delle più
celebri vignette anticlericali della storia italiana prima dell'avvento
de 'Il Male' negli anni '70.
La
mostra rende poi ragione del proprio sottotitolo 'visto da sinistra
e visto da destra' portando alla luce, dopo quelle dei socialisti
Scalarini e Galantara, le semisconosciute
illustrazioni realizzate per il quotidiano fascista "Il Secolo
d'Italia", da Mario Sironi, ai più
noto solo per la sua attività di pittore.
La sua figura fa emergere una domanda nuova: si può praticare
la satira se si è in qualche modo organici al regime e
quindi 'vicini al potere'?
La risposta di Sironi è affermativa e consiste nel tentativo
di svelare i difetti, le 'miserie' di altri poteri: da quello
della stampa a quello proprio dell'opposizione (finché
l'ha avuto), a quello dei cattolici all'interno della vita pubblica
italiana negli anni del Fascismo.
Giovannino
Guareschi, il celebre creatore di
Don Camillo, considerato 'uomo di destra' risponde invece in altro
modo alla domanda sul ruolo della satira: essa infatti può
anche essere rivolta 'contro' la propria parte politica e contro
la società della quale ci si sente membri, denunciandone
gli aspetti negativi, caricaturali. Se la maggior parte della
sue illustrazioni (in bianco e nero oppure con un uso meraviglioso
del colore) è rivolta a schernire i comunisti (italiani,
russi, cubani, cinesi), si trovano però anche non poche
saette dirette verso gli 'amici americani', verso l'italiano medio
e a volte persino verso alcuni rappresentanti della 'sua' Democrazia
Cristiana che lo stavano deludendo.
Il
ruolo dell'illustratore satirico come occhio critico nei confronti
della società in cui viviamo, occhio critico che forse
non è né di destra né di sinistra, è
esaltato dai capolavori surrealisti di Altan:
ritratti oppure scene d'insieme all'interno dei quali i suoi personaggi
archetipi fanno parlare il Belpaese, non risparmiandone alcun
aspetto: dalla delinquenza comune alla stupidità che passa
in tv, dalla mafia alla corruzione politica, dalla violenza diffusa
alla guerra, dai problemi della famiglia ai mali del giornalismo,
dalla malasanità ai problemi di mondo del lavoro dove fatica
a trovare ancora un ruolo la sua più celebre invenzione,
l'operaio Cipputi.
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