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Le vittime delle strade del mondo
di Federico Pedrocchi













Sopra, un'immagine di James Dean; l'attore, che ancora oggi è un mito dei giovani, morì a soli 24 anni a bordo della sua Porsche


Una ricerca Eurispes del 1999, Lamiere contorte, gli incidenti stradali in Italia

Incrociando indagini svolte in centinaia di paesi di tutto il mondo, un gruppo di ricercatori dell'Università di Oxford, in Inghilterra, ha tracciato un quadro di ciò che avviene sulle strade del pianeta, individuando i numeri e altri aspetti del bilancio più critico, quello delle vittime.
La prima cifra è quella globale, sicuramente impressionante: abbiamo più di un milione di morti ogni anno per incidenti stradali che avvengono in tutti i continenti. Il secondo dato, sempre globale, riguarda l'età: la grande maggioranza delle vittime è nella fascia dai 17 ai 30 anni.
I paesi africani detengono il record delle morti per numero di auto possedute. Sono poche, ma le vittime sono tante. Mozambico, Etiopia, Malawi, Tanzania, Ghana, hanno in media una percentuale di un'auto per mille abitanti, ma questo non impedisce di avere circa 90 morti per 1000 auto.
In questi casi è evidente che le pessime condizioni delle strade e del parco macchine giocano un ruolo fondamentale.
Zimbabwe, Cina, Argentina, si collocano a metà strada: 7/8 vittime ogni 1000 veicoli in circolazione, avendo dalle 20 alle 30 auto ogni 1000 persone.
Quando si arriva verso i paesi più industrializzati e più motorizzati, nei quali ormai si ruota intorno a un'auto per abitante, le vittime però scendono verso valori del 0,5 per 1000 auto.
Le cifre in assoluto, ovviamente, rovesciano le posizioni. I paesi europei e gli Stati Uniti hanno decine di migliaia di vittime ogni anno, perché un numero impressionante di auto si muove sulle loro strade. Ciononostante la curva scende, se si confrontano i dati nel tempo. Ovvero: è sempre la condizione delle strade, quella dei veicoli e una certa educazione stradale della gente che influiscono sulla percentuale degli incidenti mortali. Negli Stati Uniti fra il 1960 e il 2000 la percentuale degli incidenti per 1000 veicoli si è dimezzata.
La Cina, paese nella quale la motorizzazione è in forte crescita, detiene un ragguardevole record di 110 mila vittime nel 2000.

I dati della ricerca ci dicono che la guida in stato di ubriachezza è responsabile di circa la metà degli incidenti mortali. E' una cifra impressionante che, certamente, apre a controverse considerazioni sull'assunzione di alcolici. Non si tratta di pensare ad azioni proibizioniste ma delle campagne educative devono essere approntate. O i controlli. In Australia, per esempio, la polizia stradale di alcuni stati attua piani di controllo dello stato di ubriachezza di chi guida che sono considerati fra i più severi al mondo. Ebbene, da quando sono in atto le vittime sono scese del 19%, su base annua.

Le cinture di sicurezza? Funzionano, certamente: si calcola che la riduzione del rischio è del 42%.
Funziona anche non guidare da soli. E' una maggioranza significativa quella delle vittime che guidavano da sole.
Maschi e femmine: il primato, poco ambito, spetta nettamente ai maschi. E' quasi il triplo il numero delle vittime di sesso maschile. E' vero che ci sono più maschi che guidano, soprattutto in molti paesi africani e sudamericani nonché asiatici. Ma anche nei paesi europei, per esempio, la differenza è netta.

Cosa succederà in futuro? Le cifre cresceranno perché strade e auto cresceranno. Fra molti anni (quando avremo gli autogrill fra le nevi del Kilimanjaro?) ci sarà un assestamento determinato solo da fattori statistici ovvero dal fatto che non potrà aumentare il numero di auto in circolazione. Sarà il mondo del 1:1, un'auto per ogni abitante? Lo vedranno.
Nel frattempo, la speranza di abbassare le percentuali delle vittime è legata a interventi educativi e tecnologici. E in questa direzione non può che suscitare una certa irritazione constatare quanto ci costi, a noi umani, non riuscire a controllare gli atteggiamenti di guida e, anche, l'uso eccessivo dell'auto. Si pensi, infatti, che il solo costo degli air-bag installati sulle auto degli Stati Uniti, sorpassa il prodotto interno lordo di non pochi paesi africani.