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Immagini e didascalie sono tratte da Epoca, 14 ottobre 1950











Anche la lavorazione subì diversi intoppi, in parte dovuti al fatto che molti degli effetti speciali venivano realizzati negli Stati Uniti, in parte alle condizioni climatiche di una Milano beffarda.

"Dalla sera alla Mattina Milano aveva disubbidito al piano di lavorazione e messo il vestito primaverile".

Per la scena del funerale della signora Loletta, occorreva la neve.

"Un esercito di spazzini caricò quella poca che era rimasta sui prati del Parco e la scaricò sul tratto di strada necessario all'inquadratura. Dopo che ci fu passato e ripassato sopra il carro funebre, la neve risultò inservibile, così com'era trasformata in fango".

Si dovette ricorrere ai sacchi di gesso.

De Sica ha diretto la maggior parte degli esterni di "Miracolo a Milano" dominando il campo dall'alto della scarpata della ferrovia di Lambrate.

Tra i barboni scelti da Vittorio DeSica questo è il più vero: si chiama Mario Orlandi, soprannominato "Barba" dai compagni.


"Poi cominciò il dramma della nebbia e del cielo coperto. I milanesi hanno visto per giorni e giorni la troupe del film ferma agli angoli delle piazze in attesa di una nuvola, di un velo, di un cirro. Niente: i bollettini annunciavano con costanza: 'Cielo prevalentemente sereno'."

Quello che stiamo leggendo è un articolo di Alfredo Panicucci, pubblicato su Epoca del 14 ottobre 1950 e corredato da belle fotografie e citazioni di De Sica e di Zavattini. Dopo otto mesi di lavoro ininterrotto, le riprese si stavano avviando alla fine, ma il film sarebbe uscito in sala solo nel gennaio del 1951.

Dalle didascalie veniamo a sapere che le baracche dei barboni, nel quartiere dell'Ortica, lungo la ferrovia di Lambrate, furono costruite appositamente su progetto dell'architetto Fiorini, e che l'affitto del campo costò oltre mezzo milione di lire per cinque mesi.

Le difficoltà non si limitarono agli scherzi del tempo. Quando De Sica portò i suoi barboni in Piazza del Duomo, la faccenda "non piacque a molta gente benpensante e alcuni giornali fecero eco a questo malumore". Identificare la metropoli lombarda con la sua faccia più povera sembrava un insulto ai suoi pregi: "via Montenapoleone, le belle case, le industrie floride e il panettone".

De Sica dovette giustificarsi al Giornale radio di Milano. Quello che lui e Zavattini avevano in mente non era tanto un film di denuncia sociale, quanto una favola.

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